Sodalitium Luglio 2018. Editoriale

Editoriale* 

Lo iato tra le affermazioni dei Papi del XIX secolo e la nuova visione che inizia con la Pacem in terris è evidente e su di esso si è molto dibattuto. Esso sta anche al cuore dell’opposizione di Lefebvre e dei suoi seguaci contro il Concilio”.
Non è la prima volta che Joseph Ratzinger esprime la sua opinione sull’inconciliabilità tra l’insegnamento della Chiesa (“le affermazioni dei Papi del XIX secolo”) e quello moderno (Dignitatis humanæ o – come qui – Pacem in terris): ne abbiamo già parlato a proposito del suo discorso augurale alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, su Sodalitium n. 59, pp. 41-43.
Lo iato (nel senso figurato di “interruzione”, “soluzione di continuità”) è quindi “evidente”, cioè immediatamente e totalmente comprensibile.
Il passo di Ratzinger che abbiamo citato è datato 29 settembre 2014, ma era finora inedito (è stato pubblicato dal Foglio l’8 maggio 2018) ed è tratto da un testo inviato dal “Papa emerito” all’ex-presidente del Senato, il liberale Marcello Pera, a commento del suo libro, pubblicato nel 2015, Diritti umani e cristianesimo. La Chiesa alla prova della modernità. Non c’è continuità, dunque, tra il magistero dei Papi e la nuova dottrina sulla libertà religiosa, è evidente: salta agli occhi, non ha neppure bisogno di dimostrazione; in due righe Ratzinger getta nel cestino della teologia tutti i disperati tentativi di conciliazione messi in atto da chi ancora al magistero e alla sua autorità si sforza di credere, come Dom Basile del Barroux, padre de Blignières, don Lucien e così via. Ma questo non significa che Ratzinger creda per un attimo che il magistero della Chiesa contro la libertà religiosa sia ancora da prendere in considerazione! Difatti non scrive “magistero” ma “affermazioni”. Non dice, come noi, “della Chiesa”, ma: “dei Papi del XIX secolo”. I Papi del XIX secolo – per Ratzinger – non insegnano ma affermano, e sono confinati, per carità!, dalla gabbia dello storicismo, nel XIX secolo (guai a uscirne, guai a pretendere di insegnare una verità immutabile, e non solamente una mutevole opinione).
Mai come in questi ultimi anni, da quando Jorge Mario Bergoglio è stato eletto (solo eletto, si badi bene) al Soglio Pontificio, si levano le voci di alcuni membri (materialiter) della “gerarchia” che giungono a parlare a volte persino di eresia, o a mettere comunque in dubbio dei documenti del “magistero”. Dopo il fronte aperto da Amoris lætitia (dov’è in ballo tutta la morale cristiana sul peccato, il matrimonio, l’adulterio, i sacramenti di penitenza e dell’eucarestia) si è aperto anche quello riguardante la comunione agli eretici, che ha diviso l’episcopato tedesco. Dei cardinali come Burke, Brandmüller, i defunti Meisner e Caffarra, i cardinali Pujats ed Eijk, sostenuti da vescovi come i tre kazaki, Peta, Lenga e Schneider, gli italiani Vigano e Negri, Mons. Laun (ausiliare di Salisburgo), un teologo (sempre rigorosamente in pensione) come Mons. Livi, per non parlare dei numerosi “correttori filiali” tra i quali, ma guarda!, pure Mons. Fellay, hanno parlato di rottura, di incompatibilità con la Fede e la Morale, persino di eresia. Queste disordinate reazioni non danno però, per ora, alcuna speranza. Perché, prima di tutto, si dicono per l’appunto “correzioni filiali”, riconoscendo in J. M. Bergoglio il proprio Padre e il Vicario di Cristo. Al Vicario di Cristo quindi intendono opporsi, e documenti del suo Magistero intendono condannare o mettere da parte come se non esistessero. Esattamente come fa Ratzinger con le “affermazioni dei Papi del XIX secolo”. Perché, poi, hanno tutti (salvo Mons. Fellay, almeno fino ad ora) accettato il Vaticano II e le sue riforme, la libertà religiosa, la collegialità, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la riforma liturgica, il nuovo codice di diritto canonico (che ammette casi nei quali si possono dare sacramenti ai non cattolici: cfr. Sodalitium, Il nuovo codice di diritto canonico, l’amministrazione dei sacramenti e l’ecumenismon. 57, luglio 2004).
E allora a buona ragione colui che riconoscono come Vicario di Cristo risponde loro che egli altro non fa che applicare il Concilio. E come si può opporre alla morale matrimoniale di Amoris lætitia il “magistero” di Paolo VI e Giovanni Paolo II, con tutta la loro “santità” canonizzata? Amoris lætitia si oppone a Paolo VI e Giovanni Paolo II? Ma anche Pacem in terris e Dignitatis humanæ si oppongono in maniera evidente alle affermazioni dei Papi del XIX secolo, e tutti questi cardinali, vescovi e teologi resistenti, dubbiosi e correttori non hanno avuto alcun problema nell’accettare la libertà religiosa e dimenticare i Papi del XIX secolo. Anche il Novus Ordo Missæ di “San” Paolo VI si oppone in maniera impressionante, nell’insieme come nel dettaglio, alla teologia cattolica codificata al Concilio di Trento (cardinali Ottaviani e Bacci), eppure nessuno di questi cardinali e vescovi e teologi considerano illegittimo il rito “ordinario” riformato proprio da Paolo VI. È la stessa mano che ha firmato Amoris lætitia ad aver sottoscritto l’autorizzazione ai sacerdoti della Fraternità San Pio X (che ne sono ben lieti) a confessare o benedire le nozze, e l’autorizzazione per i suoi vescovi a ordinare sacerdoti. E persino i resistenti a Mons. Fellay, in nome di una più stretta fedeltà a Mons. Lefebvre (non sia mai che si dialoghi col Papa e coi “Romani”), come Mons. Williamson e don Nitoglia (o quam mutatus es ab illo!) non sembrano aver più grandi problemi con la riforma liturgica, considerata legittima, valida, onorata da miracoli divini, per cui, per carità, alla Messa riformata si può anche assistere (quel gran liberalone di Mons. Fellay non è ancora arrivato a dire così chiaramente delle cose del genere). Povero “tradizionalismo”, in che stato è ridotto! (per non parlare dei laici, come è tristemente evidente nel fenomeno di Radio Spada di cui ancora scriviamo in queste pagine).
Noi speriamo sempre che gli occupanti delle sedi episcopali abiurino finalmente tutti gli errori modernisti veicolati dal Vaticano II e dalle riforme che ne sono seguite: allora, e solo allora, la loro azione sarà giovevole alla Chiesa e a tutta la cristianità. Finchè invece i vari “correttori filiali” continueranno a riconoscere la legittimità di Paolo VI e dei suoi successori, attribuendosi così la missione di “correggere” a piacimento quello che per loro sono il Papa, il magistero, la liturgia o la disciplina della Chiesa, contribuiranno solamente ad aumentare la confusione in cui viviamo e la gravità della situazione. Che la Madonna del Buon Consiglio li illumini, che Cristo Re ci salvi e regni.

*tratto da http://www.sodalitium.biz/contatti/

 

Novoli. Bando Impiantistica Sportiva. De Luca: aspettavamo per il Toto Cezzi. Se ne occupi il Commissario

Il Credito Sportivo e l’ Anci annunciano il nuovo bando  che prevede lo stanziamento di 100 milioni di euro a tasso zero per i Comuni italiani finalizzati allo sviluppo e al miglioramento dell’impiantistica sportiva anche scolastica. A siglare il protocollo nella location d’eccezione del Concorso Ippico di Piazza di Siena, a Villa Borghese, il presidente del Credito Sportivo e il vicepesidente vicario dell’Anci.  Il bando “Sport Missione Comune 2018” ha preso avvio il 5 luglio. Ciascun mutuo, che avra` durata di 15 anni, potra` godere del totale abbattimento del tasso fino all’importo di 2 milioni. Per investimenti eccedenti tale importo e per una durata superiore al periodo previsto saranno assicurati tassi fortemente agevolati. I fondi verranno cosi` ripartiti: un terzo per gli interventi realizzati dai Comuni fino a 5mila abitanti (per ciascun soggetto importo massimo complessivo 2milioni); un terzo per i Comuni non capoluogo fino a 100mila abitanti e Unioni di Comuni o Comuni in forma associata (per ciascun soggetto importo massimo complessivo 4 milioni); un terzo per Comuni capoluogo, Citta` Metropolitane e Comuni superiori a 100mila abitanti (per ciascun soggetto importo massimo complessivo 6milioni). Ciascun soggetto puo` presentare piu` istanze.
Grazie ai precedenti bandi negli ultimi tre anni sono stati aperti oltre 2.000 cantieri a dimostrazione che Ics e Anci vogliono proseguire su questa strada di innovazione e riqualificazione per impianti moderni, funzionali e sicuri.
“E’ un protocollo importantissimo che aspettavamo da tempo – dichiara l’ex Assessore allo sport del Comune di Novoli Giovanni De Luca  – non solo per il consistente stanziamento di fondi a tasso zero ma anche per le nuove progettualità che si possono legare all’edilizia scolastica. Ho chiesto al Commissario Prefettizio dott.ssa Paola Mauro di intervenire subito”. 
 Movimento per Novoli e lo Sport “Lo sport è per noi disciplina ed arte di vivere, giacché rischiara e fortifica i più giusti rapporti tra corpo e spirito”.
Citiamo uno dei più grandi pensatori europei Drieu La Rochelle per affermare che tra le forme d’intervento sociale esso è un formidabile strumento di prevenzione, oltre che ad essere un veicolo di consenso è un formidabile strumento educativo. Nel nostro impianto progettuale abbiamo inserito le scienze motorie sin dai primi “passi” dell’individuo fanciullo. Per noi lo sport assume da un punto di vista organizzativo, una sottile linea di confine fra un qualcosa che si può vivere in maniera formativa, nell’orario extracurriculare che impegnerà il ragazzo, il giovane in gare amatoriali e agonistiche, con “direttrici nuove” che dovrebbero presiedere alla riorganizzazione del nostro ente
Lo sport a Novoli va sostenuto perché negli ultimi anni si è incentrato solo su due attività tradizionali – aggiunge De Luca –  lasciando ai margini tutto il resto. Nel corso degli anni abbiamo perso la pallavolo, il Karate è stato assolutamente snobbato, nuovi sport emergenti isolati e non sostenuti”. In futuro il comune dovrà  sostenere società sportive già esistenti e quelle nuove sostenendo le figure professionali che sappiano “condurre” le strutture in maniera professionale con un livello di efficienza superiore alla media.  Il Movimento per Novoli metterà a disposizione delle strutture un “servizio di consulenza”, tramite il quale si potrà riuscire a fornire supporto amministrativo, legale e gestionale per l’azione aggregatrice, un “servizio di gestione e progettazione” che attraverso consulenze specifiche, corsi di formazione, sostenga i nostri tecnici nella progettazione a vantaggio degli amministratori negli Enti locali.

Sport contro la droga
 Il modello è quello finlandese. Un lavoro durato 20 anni, ma che ha portato ottimi risultati. Se fino a due decenni fa, infatti, la dipendenza da droghe e l’abuso di alcol in età adolescenziale era un problema che affliggeva la Finlandia, oggi non lo è più. Dal 1998 al 2016, la percentuale di giovani, compresa tra i 15 e i 16 anni, che abusa di alcol è scesa dal 48% al 5%, mentre quella che fuma cannabis dal 17% al 7%. Anche i fumatori di sigarette sono calati drasticamente: dal 23% al 3%. Un calo che ha portato i giovani della Finlandia a diventare i più salutisti d’Europa.
Tutto è stato possibile con il vecchio schema:  una maggiore collaborazione tra istituti scolastici e genitori, l’introduzione di divieti e la creazione di attività extrascolastiche che coinvolgessero gli adolescenti a tempo pieno.  Esperimento ripetuto anche negli anni seguenti. Nel questionario venivano poste domande semplici e dirette, tipo: “Bevi alcolici?”, “Ti sei mai ubriacato?”, “Hai mai fumato?”, “Quanto tempo trascorri con i tuoi genitori?”, “Svolgi attività?”.
Quel che emerse dal questionario fu un risultato negativo: circa il 25% dei ragazzi affermava di fumare quotidianamente e il 40% ammetteva di essersi ubriacato appena un mese prima. Ma quel che colpì fu un altro risultato: dal questionario, infatti, constatò che chi praticava sport o frequentava corsi, e aveva un buon rapporto coi genitori, era meno propenso all’utilizzo di droghe e alcol.
All’epoca, in Finlandia erano stati introdotti programmi di prevenzione ed educazione, i ragazzi erano stati informati dei rischi che correvano attraverso l’assunzione di droghe o l’abuso di alcol, ma nonostante questo non erano stati raggiunti i risultati sperati. Poi si è pensato ad un metodo di approccio differente: si legò l’introduzione massiccia di attività extrascolastiche di ogni tipo, da quelle sportive a quelle artistiche. In questo modo si permetteva ai giovani di stare insieme e garantire loro un senso di benessere psico-fisico, lo stesso che ricercavano utilizzando droghe e abusando di alcol. Quel che è certo è che in Filandia il programma ha funzionato e si è rivelato vincente: la collaborazione tra cittadini e Stato ha dato i suoi frutti, facendo diminuire la percentuale di giovani che abusa di droghe e alcol. Il progetto, inoltre, è riuscito ad avvicinare genitori e figli, aiutando così i ragazzi a condurre uno stile di vita sano e produttivo.

Un mondo nuovo, fatto di umanità e di difesa delle Identità. Le nostre e quelle altrui.

Editoriale di Giovanni De Luca

Mi trovavo in casa di amici in riva alla costa jonico-salentina, la finestra della stanza si affacciava sul mare. In lontananza si sentivano voci di bambini che rincorevano un pallone. Il mare era calmo, ogni tanto qualche onda accarezzava la riva. La penna scivolava sul foglio ed i pensieri si mescolavano al fumo della pipa che saliva dalle narici. Un “fermo immagine” sullo schermo della mia mente ed i titoli del TG del 10 agosto 2013 con la perdita di vite umane in mare. Mi capita spesso quando osservo l’orizzonte ed il tramonto sull’acqua.

Il vecchio continente non è nuovo a tratte di “esseri umani” legati da una catena e le navi affondano da secoli nei nostri mari trascinando a fondo storie e vite, sogni e speranze. Storie atroci quanto disumane. Libri di storia, racconti di superstiti, narrano di persone legate come bestie con lunghe catene uno all’altro, andati a fondo senza poter far nulla per un attacco venuto dagli uomini o dalla natura. Navi che avrebbe dovuto condurli dalla terra natia l’Africa, verso il sud America o altre destinazioni per renderli ancora più schiavi.  Affondavano allora come oggi, il mare soffocava, soffoca, ogni grido. Alcuni di loro, sottoposti a sforzi disumani remavano per ore, sotto il sole rovente nella speranza di avere libere le caviglie.
Qualcosa di più drammatico, inaccettabile, accade in un contesto dove si presume che l’umanità abbia raggiunto più avanzati traguardi di benessere sociale. Non ci sono più catene che stringono caviglie, ma una più subdola condizione di inferiorità, rende ancora gli uomini non liberi e le tratte continuano oltre che nel silenzio,  spesso nella compiacenza di una “certa” Europa, che si definisce “umana”. Ed “umanitaria”. E’ notizia – l’ennesima – non tanto lontana nel tempo, che un gruppo di 90 somali tra cui 14 donne su un gommone alla deriva nel Canale di Sicilia siano stati soccorsi da una nave mercantile. I profughi una volta giunti a Lampedusa dopo essere stati tratti in salvo su una motovedetta della Guardia di Finanza, hanno raccontato che tre donne sarebbero morte durante la traversata e i loro corpi sarebbero stati abbandonati in mare. Ne ha parlato per prima una donna, ed inizialmente le parole della sopravvissuta sono rimaste isolate. Forse per timore, i compagni di viaggio non le hanno confermate. Solo in un secondo momento ai soccorritori, gli altri superstiti  hanno raccontato dei compagni morti e gettati in acqua. Gli sbarchi sono continuati. Solo dal 2016 al 2018  sono 4.220 i migranti morti nel Mediterraneo. Si tratta della cifra di morti più alta registrata da sempre, ben oltre il totale del 2015, quando le vittime in mare furono in tutto 3.777. “Numeri” marginali relativi, al cospetto dei flussi migratori generali, o dell’immigrazione indotta. Storie di uomini e donne che diventano “numeri”. Scrivevo negli scorsi giorni della de-umanizzazione della società senza essere ben compreso. Come al solito, spesso, tacciato di “buonismo”. Ciò che più mi preoccupa è che questi attacchi provengano, in maniera indifferenziata, da ampi stati della società.
C’è un terzo e quarto mondo che spinge verso l’occidente dell’apparente benessere. Del presunto soddisfacimento di tutti i bisogni. In questo processo spesso studiato a tavolino, ci sono le organizzazioni degli speculatori internazionali, anche legalizzate, pronte a sostituire i vecchi “schiavisti”. Questa Europa ammalata resta a guardare. Una Europa ammalata nello “spirito”.
Penso ai miei amici africani. Penso a Simbala, Mamadou, Sukenia. Penso alla loro ricchezza: quell’immenso sorriso, la loro cultura del donare, la voglia di riscatto e libertà. Sono da anni qui  in Italia, lavorano e si sono integrati. Mi raccontano che negli ultimi anni sono però cambiate le nazionalità dei flussi migranti, sono diminuiti gli arrivi dal Corno d’Africa e dal Medio Oriente, mentre è aumentato il numero di persone originarie dell’Africa occidentale. Il loro piano migratorio spesso è cambiato durante il tragitto, prendendo forma lungo le varie tappe del viaggio. Non sono pochi  coloro che volevano andare in Libia a lavorare ma  sono stati costretti alla traversata del Mediterraneo per fuggire ad abusi e violenze subite in quel paese. Molti sono inoltre coloro che si augurano di poter restare in Italia e che non hanno intenzione di proseguire il loro viaggio in altri paesi europei: un’inversione di tendenza rispetto a solo qualche anno fa. Ne parlano con la paura negli occhi di chi sa di non avere certezze e sempre meno diritti diritti, in una condizione di immigrazione indotta che non trova sbocchi lavorativi e diritti sociali e fa fare passi indietro anche a coloro i quali sono qui da anni ed avevano raggiunto un buon grado di integrazione.
Mi dicono che la società sta cambiando, si sta incattivendo e che non c’è più tranquillità per nessuno. Che questo è un male. “Non è buono”, dicono.
L’immigrazione è un dramma, lo è per chi parte e per chi accoglie, lo è per i problemi gravissimi che il fenomeno provoca. Dramma di “sradicamento”, di perdita della propria “identità”, di rinuncia alle proprie “radici”. Dramma come condizioni di vita, quando non di morte, per chi è condannato nelle prigioni dei centri di accoglienza, per chi è ai margini sociali di una fallita integrazione, per chi è nelle prigioni di Stato per comportamenti ai quali prima o poi si è obbligati, manovalanza della criminalità organizzata. Dramma, per chi cullando il sogno di una vita migliore, affonda in mare aperto o a poche miglia dalla costa. Dramma che si fronteggia adeguatamente solo nei paesi di origine, nei quali scaturisce la necessità di non essere “schiavitù indotta” per destino.
Dramma!
In un mondo che ha rotto gli argini e non riconosce più l’importanza dei confini. Schiacciati, come si è, da una logica livellatrice propria della globalizzazione.

Di migrazione e di integrazione: accoglienza, libertà e “nuovo mondo”.
Di storie di schiavismo, di immigrazione e migrazione, di scontri etnici – culturali o religiosi, di rotte di uomini e donne e dei loro drammi, così come di storie meravigliose, ne sono pieni i libri scrivevamo in apertura.
Ma non mancano gli esempi dai quali ripartire. Racconto la storia di un uomo. Un nativo americano membro della tribù Patuxet che in un primo momento, da schiavo dell’esploratore inglese Thomas Hunt, fu condotto in Spagna verso i primi anni del milleseicento e dal quale fuggì dirigendosi in Inghilterra. Lì Squanto lavorò ed imparò l’inglese, riuscì a mettere da parte dei risparmi, riscattare la sua esistenza e riuscì in poco tempo a tornare nella sua tribù d’origine, la trovò decimata e colpita da una terribile pestilenza (probabilmente vaiolo).

Nel frattempo un gruppo di privati cittadini inglesi di religione cristiana puritana, avevano deciso di abbandonare l’Inghilterra e di dare avvio ad un iniziale, spontaneo, flusso immigratorio. La storia li ricorderà come i così detti “Padri Pellegrini“, che si insediarono sulla costa deserta del Massachusetts, dopo sporadici tentativi in Virginia. L’approccio ad un mondo nuovo e desertificato fu per questi umani, un vero e proprio dramma poiché i tradizionali metodi di agricoltura non attecchirono e la pesca era una pratica inusuale. I più deboli, gli anziani ed i bambini, le donne, venivano progressivamente e velocemente “abbattuti” da stenti e malattie, fra le quali lo “scorbuto”, l’insediamento si avviava all’estinzione fino a quando questi vennero in contatto con Squanto. Grazie alla conoscenza della lingua Inglese fecero amicizia e Squanto aiutò i coloni inglesi sorprendendoli catturando pesci, soprattutto le anguille. insegnò loro a piantare semi da li a poco fertili, colture proprie di quel clima rigido. Nasce la  figura che oggi definiremmo del “mediatore culturale”. L’anno successivo i “pellegrini” sopravvissuti festeggiarono il raccolto con Squanto e le tribù a lui vicine. Le celebrazioni durarono tre giorni, durante i quali si banchettò con anatre, pesci e tacchini procurati dai coloni e cinque cervi portati dai nativi, una delle festività principali americane, di quell’ America meravigliosa e semplice, umile, del “Thanksgiving Day” (il giorno del ringraziamento).

Un esempio di ospitalità e crescita reciproca  unico nel suo genere. Destinato a tracciare la storia.

Testimonianze narrano della dedizione quotidiana di Squanto, una missione verso  “l’altro” che è durata incessantemente fino al giorno della sua morte. Squanto fu sepolto in una tomba anonima nel Chathamport e la sua eredità viveva oltre la carne, il suo spirito aleggiava perché la convivenza fra Pellegrini e il Wampanoag è rimasta pacifica per ulteriori cinquant’anni.  E’ da questo uomo, del quale il ricordo e la testimonianza è andato oltre i limiti dell’informazione e dei mezzi a disposizione in quel tempo, che il vecchio continente dovrebbe ripartire per curare il suo male. Un messaggio che congiunge due mondi e si proietta verso nuove necessità: migrazione ed accoglienza.

Pensare a tutto questo è un segno positivo dal quale trarre insegnamento. I cambiamenti epocali non vanno combattuti, vanno studiati, interpretati, compresi, governati.
 
 

Novoli. Ci mancavano solo gli avvoltoi del Partito Democratico

Un paese allo sbando più completo ancora stordito da un gesto inqualificabile da un punto di vista politico, illogico sotto il versante amministrativo e che ha messo in evidenza  – senza dubbi –  tutti gli  interessi personali di alcuni singoli anteposti agli interessi collettivi. Ci riferiamo alla sfiducia politico-amministrativa prima e notarile poi, contro l’amministrazione Greco.
Quanto avviene in questi mesi a Novoli è assurdo. Dalle colonne di questo blog abbiamo sempre posto l’interrogativo ai tre dimissionari e traditori del mandato amministrativo sign. Antonio Sozzo – sig.ra Sabrina Murra;  ed il noto ciclista Pasquale Palomba: “che cosa nascondete?” Non sono ancora di dominio pubblico le risposte che interessano. Le reali motivazioni della sfiducia che non cadranno nell’oblio e verranno allo scoperto. E’ solo questione di tempo.
Emergeranno altri fatti insieme alle menzogne create intorno alla Fondazione Focara ed ai suoi presunti debiti. Un vero e proprio “golpe amministrativo” intessuto -trama su trama – da illustri personaggi nei sottoscala della propria attività lavorativa, insieme a quattro cavalieri, a faccendieri ed ad ex spacciatori. Tutti bramosi di potere, gestione clientelare ed incarichi professionali. Una trama che si va diradando con il tempo, trame delle quali veniamo a conoscenza, incontri dopo incontri, che dovrebbero avvenire di nascosto, ma il silenzio non è proprio di alcuni “boccacciuti” e “linguacciuti” soggetti che Novoli conosce molto bene ed emergono dettagli e nelle strategie: tutti insieme appassionatamente.
Trombati e silurati di sempre, parte delle ex opposizioni consiliari e soliti volti noti, studiano gli equilibri per presentarsi insieme alle prossime amministrative affinché attraverso la forza dei numeri, si possa arginare lo sdegno che Novoli non ha sopito contro l’epilogo e la sfiducia sferrata con rabbia e cattiveria contro il Sindaco Gianmaria Greco e Novoli Protagonista.
Rimandiamo tutti alla conferenza stampa che l’ex Presidente del Consiglio Comunale di Novoli, Giovanni De Luca ha annunciato per il 25 gennaio 2019.
Come se non bastasse questa banda di faccendieri, una sorta di “romanzo reale” di casa nostra, adesso arriva anche l’azione sfrontata e risibile del Partito Democratico di Novoli sul verde pubblico.
“Problema aree verdi Novoli – scrivono –  A seguito di numerose segnalazioni e lamentele circa lo stato di abbandono in cui versano le aree verdi novolesi, il segretario cittadino dem Marco De Luca ha provveduto ad allertare l’ufficio tecnico comunale per adottare le dovute contromisure in grado di garantire l’utilizzo sicuro di queste aree particolarmente popolate durante l’estate. Si presenta gravosa la situazione del parco presso via Raffaello Sanzio. Lo stato di abbandono del terreno e la pessima tenuta dell’arredamento urbano in questi mesi hanno allarmato decine di genitori preoccupati per la sicurezza dei propri figli. La risposta del Comune è stata immediata con una promessa di intervento nei prossimi giorni”.
Veri avvoltoi che continuano con la solita strategia. Anche durante l’Amministrazione Greco erano usuali affacciarsi sul Palazzo di città, informarsi dei provvedimenti in cantiere ed anticiparli con interpellanze o note stampa, con lo scopo di acquisirne i meriti. “Furbetti del quartierino” azioni proprie di una mancanza di competenze politiche, capacità amministrative e visioni d’insieme del paese. Dio ce ne scampi. Ora con la stessa tecnica strumentalizzano gli sforzi del commissario Prefettizio che non sono pochi.
Ricordiamo ai lettori che il Partito Democratico, anche con la firma del loro rappresentante, unitamente alle altre opposizioni del nulla ed ai folgorati (sulla via per Damasco) sign. Antonio Sozzo e sig.ra Sabrina Murra;  ed il solito noto ciclista Pasquale Palomba, hanno bocciato prima di tutto il pef dell’Aro Le1  (fatto mai verificatosi in precedenza) e poi le tariffe Tari, motivo per il quale, la Commissaria è costretta a “rastrellare” somme dal bilancio comunale a discapito dei servizi quali anche il verde pubblico che è una delle criticità più visibili del paese. Non sono visibili altri tagli in settori meno esposti ed altri ancora se ne manifestano in queste ore nel settore sportivo, ad esempio.

Qualora il Partito Democratico avesse a cuore il decoro urbano, lontano dalla strumentale propaganda a discapito del lavoro del Commissario Prefettizio, potrebbe munirsi di forbice e rastrello per andare a tagliare l’erbetta in giro per le vie e per i parchi del paese.

La corazzata Potemkin è una …

… valida motivazione per litigare!
Ebbene sì, perché tutto ci saremmo potuto aspettare – e lo preannunciammo già all’indomani della notizia dell’accordo elettorale fra i candidati Salvemini e Delli Noci per il turno di ballottaggio della Città di Lecce –  ma non l’amaro destino che spetta al Consigliere di Andare Oltre Massimo Fragola.

Un salto nella pellicola de “Il secondo tragico Fantozzi” dove un “povero Villaggio”  per volontà del suo “capo” è costretto a guardare il fittizzio film “La corazzata Kotiomkin” perdendosi una importante partita di calcio.  L’esclamazione è celebre: «Per me… La corazzata Kotiomkin… è una .cagata  pazzesca!» strappando un lunghissimo applauso. Così un “povero Fragola”  per volontà del suo “capo” è costretto a guardare il  film “La corazzata Potemkin”, quella vera,  perdendosi una importante possibilità di autodeterminare scelte culturali condivise.
Pare infatti che al consigliere di Andare Oltre, Massimo Fragola la scelta della pellicola decisamente di sinistra non sia andata giù, tanto da chiedere spiegazioni al primo cittadino sulla ratio che ha portato l’assessore alla Cultura Antonella Agnoli alla scelta. Nei corridoi di Palazzo Carafa si vocifera che se pur sia stato messo in dubbio l’assessorato di Agnoli, il primo cittadino Carlo Salvemini  abbia “rimbalzato” senza darci grosso peso e blindando l’Assessorato, incarico esterno da lui voluto quanto alla programmazione sarebbe invece stata scelta dalla cooperativa Don Bosco che si occuperà della gestione della rassegna cinematografica estiva nel chiostro dei Teatini.

Non ne facciamo una questione di ilarità. Non ci soffermeremo nemmeno a chiedere una fanciullesca compensazione del cartellone. Non ci interessa. Secondo noi, la notizia è tutta racchiusa nella risposta che la Agnoli affida a Facebook. La prima parte è una ramanzina di stampo radical chic e la seconda una “sbeffeggiatura” molto sottile diretta al Consigliere Comunale Fragola.
Premsessa

Domani, forse su Il quotidiano troverete un mio breve commento all’articolo Troppi film di sinistra… ve lo anticipo
Prima parte
“Non so se la maggioranza stia “litigando” sulla Corazzata Potemkin, mi parrebbe un po’ strano, con tutti gli impegni concreti che abbiamo sul tavolo ogni mattina. Da parte mia ringrazio la cooperativa Don Bosco per aver inserito questa pellicola nella programmazione del Cinema Teatini. Proiettata a Bologna, in Piazza Maggiore, la Corazzata è stata vista da più di 6mila spettatori. Questo film, l’opera più celebre di Ejzenstejn, un maestro della cinematografia mondiale, è stato giudicato in varie occasioni il più grande mai girato, o almeno una delle pietre miliari della storia del cinema. Il famoso massacro sulla scalinata di Odessa (un’invenzione visiva del regista: in realtà la repressione dei cosacchi nel 1905 avvenne nelle vie della città) è stato così spesso citato da altri registi che io ne ho visto la parodia fatta da Brian de Palma ne Gli intoccabili prima dell’originale. Accanto alla Corazzata, nella sezione “Cinema Ritrovato”, che comprende film restaurati dalla Cineteca di Bologna, troveranno spazio altri capolavori: da Fellini ad Antonioni, a Woody Allen a Rossellini a Fritz Lang a David Lynch. Alcuni dei critici della rassegna dei Teatini hanno citato Il secondo tragico Fantozzi, in cui Paolo Villaggio pronuncia l’indimenticabile battuta “La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!” a cui seguirebbero “92 minuti di applausi” (cioè molto di più della lunghezza della Corazzata Potemkin, che è di un’ora e un quarto). Non mi soffermo sui significati della celebre scena del film di Luciano Salce, una spietata satira del mondo aziendale degli anni Settanta, né sul fatto che Paolo Villaggio era più vicino agli ideali di Ejzenstejn di quanto i suoi frettolosi ammiratori di oggi vogliano credere.
Seconda parte
Mi interessa invitare quanti lo vorranno a scegliere tra i titoli che saranno proposti dal 22 giugno, tra Cinema Ritrovato, Film per famiglie e Film d’Essai, e a vivere questo appuntamento estivo con la serenità che gli si addice. E invito anche il consigliere Massimo Fragola ad essere ai Teatini con questo spirito di leggerezza”.

 

 
 

Degli albanesi, degli africani e dei futuri flussi migranti. Non si combattono gli effetti, ma le cause scatenanti.

Editoriale di Giovanni De luca

L’8 agosto del 1991 più di ventimila profughi albanesi attraccavano nel porto di Bari con una nave mercantile denominata “Vlora”. Fu un esodo proveniente da Est inaspettato. Molti hanno ancora negli occhi le immagini di quella nave stracolma di persone che giungeva nel porto di Bari dopo aver forzato il blocco navale del Governo italiano.
“Linea dura” di un paese debole, ancora oggi lo è e non ha imparato la lezione- L’Italia della Legge Martelli del 1990, che distingueva nettamente tra rifugiati politici e semplici migranti “economici” — tra cui, secondo il governo, andavano annoverati gli albanesi. I mesi successivi furono caratterizzati da una enorme confusione e non si riuscì a gestire nessuna accoglienza ed alla fine, furono quasi tutti rimpatriati con la falsa promessa di essere trasferiti in altre città italiane o di denaro in cambio del rimpatrio . Una vicenda meschina per cui l’Italia fu ufficialmente rimproverata dall’UNHCR.
Corsi e ricorsi storici.
Ricordare quei mesi del 1991 è utile per confrontare quei flussi migratori con gli episodi della storia recente che, sebbene non paragonabili dal punto di vista dei numeri, presentano molte somiglianze e non solo per la cattiva gestione. Guardare a quell’ esodo è importante dopo ventisette anni, per capire quali sono stati gli sviluppi di quel flusso migratorio.
Al termine “migrante”  si è sostituito il termine denigratorio “immigrato”. Molti colpiscono nel vuoto cercano di fermare il flusso di queste persone de-personalizzate ma non la causa, ossia, quelle politiche planetarie e mondialiste che basano la loro logica sul profitto e su tesi economiche liberali e turbo capitaliste. Oggi come allora, quello che la gente percepisce è la devianza e l’aumento della criminalità, nuova povertà, emarginazione sociale, si organizzano proteste. Non è solo un allarme mediatico, ma la diffusione dell’idea di un pericolo che porta direttamente a gravi errori che minano l’integrazione, la pacifica convivenza, l’accoglienza e generano nuove forme di razzismo.
Ventisette anni dopo, che ne è dell’ “invasione degli albanesi?” 
Gli albanesi regolarmente in Italia erano poco meno di mezzo milione, pari al 13,2% del totale dei cittadini stranieri nel paese e sono spariti dalle cronache nel ruolo di spauracchio criminale saldamente mantenuto fino ai primi anni del duemila.  La comunità albanese in Italia oggi è  modello esemplare di integrazione. Mentre coloro i quali sono rientrati in “Patria”, sono classe dirigente del paese: Ministri, dirigenti dei ministeri, amministratori locali, medici, avvocati, ingegneri. Il fiori fiore della nuova Albania.
Qui in Italia, invece, dopo anni di politiche disastrose, migliaia di morti in mare, una costante emergenza, una continua de-umanizzazione dei profughi, un governo che esulta per “il calo degli sbarchi” e l’altro per aver “chiuso i porti” la lezione non è servita.
La classe politica italiana, da destra a sinistra, è completamente impreparata. Questo governo brancola nel buio sin dalle prime battute. Incapaci di comprendere che oggi come ieri, da queste tendenze migratorie derivano nuovi bisogni di servizi alla persona.
Chi scrive nella sua vita ha letto di uomini capaci di separare in due i mari e mettere in salvo il proprio popolo. Di uomini capaci di camminare sulle acque, ma mai di nessuno che sia stato capace di fermare i fiumi.
L’immigrazione indotta, “prodotto” delle politiche alle quali già ci siamo riferiti, questo è. Un fiume fra l’altro oggi in piena.
Milioni di uomini sradicati dalla loro terra di origine, dalle guerre,  o allettati da internet  e dalla “terra promessa”. Poco importa, sono dettagli. Quello che dovrebbe interessare invece sono le sfere d’intervento nelle quali cresce e si moltiplica  il “bisogno”. Dobbiamo intervenire  se non vogliamo che questi uomini (e donne) si organizzino in strutture anti Stato, di stampo mafioso, terroristico o sovversivo che già emergono come nuovi allarmi.
La formazione professionale va rivista. Servono mediatori culturali transnazionali, i nostri laureati, impacchettati e stipati negli uffici di collocamento potrebbero trovare uno sbocco lavorativo. Servono esperti d’inserimento scolastico dei minori, occorrono curatori ed accompagnatori. Bisogna far cresce in particolare l’orientamento alla scelta e alle modalità di accesso all’istituto scolastico nel paese di approdo da parte di uno staff preparato. Urge sostegno psico-sociale e counselling (anche a cavallo tra paese di origine e paese di arrivo). In particolare servono forme di supporto alla famiglia transnazionale (sostegno alla gestione delle relazioni a distanza, nelle fasi del ricongiungimento o del reinserimento familiare successivo al ritorno) e di affiancamento individuale nell’elaborazione del progetto migratorio e dello shock culturale connesso alla partenza o al ritorno, per non imbatterci in tanti Kabobo.
Dobbiamo pretendere una conferenza internazionale dei paesi rivieraschi del Mediterraneo, di questo se ne deve fare carico l’Italia che deve chiedere l’istituzione di una “commissione speciale europea” ubicata nel meridione d’Italia. Noi candidiamo Lecce, anche  per riparare al grave torto subito con la mancata assegnazione del Premio Nobel per la Pace, in quanto terra di accoglienza. Premio che ci spettava sul finire degli anni novanta.
Serve una Agenzia per la cooperazione e lo sviluppo di politiche di tutela nei paesi di partenza ed in quelli di arrivo dei flussi migranti. Con lo scopo di creare una “sviluppo del terzo e quarto mondo”, il nostro aiutiamoli a casa loro, che non è “operazione Ponzio Pilato”.  Serve per contrastare la desertificazione, l’inurbamento selvaggio, la scomparsa delle colture agricole locali, per gatantire condizioni minime di sanità e di pronto intervento, per assicurare ad ogni livello la difesa della “cultura” delle tradizioni e delle specificità contro ogni forma di stravolgimento, appiattimento, livellamento mondialista.
L’Italia, abbandonando l’Africa,  l’ha condannata allo sfruttamento disumano di potenze extra europee quali gli Usa, la Cina ed alla politica coloniale di Francia e Gran Bretagna. Al sottosviluppo, alla discriminazione, alle lotte tribali fino al genocidio.
Eccola la risposta politica di Prospettive Future. Alla crisi internazionale della politica e della mancanza di progettualità, rispondiamo che la proposta – in tutta evidenza – noi l’abbiamo e di conseguenza non ci sentiamo di assecondare le politiche del momento di nessun politicante improvvisato dentro e fuori Governo.
 

Povertà. azzera il debito, lo scandalo dell’indebitamento dei paesi poveri

Editoriale di Giovanni De Luca 

Il nostro punto di vista non cambia con il tempo, non si adegua all’opinione pubblica e non si lascia trasportare dall’onda dell’emotività mediatica. La nostra era  – e rimane –  anche una scelta anticonformista.
La sfida del futuro è fra Nord e Sud del mondo, fra finanza internazionale e popoli.  Fra ricchi che diventano sempre più ricchi (pochi) e poveri che diventano sempre più poveri (molti). Il Sud spinge. Il Sud è  composto da molti. Il Sud siamo anche noi.
Ormai è chiaro ed è visibile ai più – coloro i quali oggi ne fanno una bandiera di lotta politica – che le nostre ragioni sono nell’evidenza dei fatti. Così mentre gli altri fanno delle nostre bandiere – e delle nostre battaglie – quotidiani trionfi elettorali e di successo, noi continuiamo con le nostre analisi, con i nostri studi e con la nostra capacità di elaborare “buona politica”. Di qualità. Se pur rammarica l’incapacità di “cavalcare” l’onda o la tigre di evoliana memoria.
Scriviamo del debito dei paesi poveri perché è fondamentale. Il debito internazionale è la nuova forma di schiavitù, una delle armi più potenti in possesso del nostro nemico poiché, attraverso i flussi finanziari c’è  – ed è percepibile –  la gabbia della nuova dittatura. Un confine molto sottile e fatto di astuzie di “interessi” altissimi alla base del calcolo del denaro prestato, quel “signoraggio” internazionale degli usurai di professione che sottrae energie e forze agli stati indebitati e di conseguenza impedisce gli investimenti per il loro sviluppo.
Ai fattori storici, dei quali abbiamo ampiamente scritto in questi anni sulle nostre riviste, fattori di tipo economico ma non solo, se ne sommano anche altri.
Terza Via  ci permetterà di fare “sintesi”,  di affrontare il discorso in maniera più organica, dando voce alle nostre tesi e catalogandole in una apposita sezione, una finestra che si apre sul mediterraneo e che guarda verso altre sponde “a sud dal nostro sud”. “A sud dal nostro sud” diventa, dunque, una rubrica con l’ambizione di ospitare interventi, analisi, reportage, inchieste su tutto quello che avviene in Africa e nel medio oriente.
Una domanda ci poniamo, D’obbligo, strategiac affinché non si pensi che siamo degli sprovveduti. E’ la seguente: conviene porre ora, in questo particolare momento storico, la questione mentre “funziona” –    e pone molti sulla cresta dell’onda non solo mediatica – lo slogan “prima gli italiani”?
La risposta è: Sì!
E’ un nostro dovere politico e morale mi sia consentito di scrivere “valoriale”,  perché è nel nostro DNA di nazionalpopolari, di “rautiani”  (nessuno se ne doglia), che guardano agli ultimi in termini di equità sociale e culturale.
E’ un nostro punto di forza che ci caratterizza e ci rende longevi. Perché si può anche fare la politica mediatica e del momento, ma poi si finisce presto negli archivi, superati e spazzati via da un’altra notizia del momento.  Non si assurge, cari lettori,  ad un ruolo di guida di “prospettiva”; per usare un termine a noi caro.
eccola dunque l’ulteriore domanda: perché? Perché mentre il mondo (e l’Italia), l’occidente, blinda i suoi confini ed avvia politiche “nazionaliste”,  di difesa delle proprie identità e della propria politica interna, noi guardiamo “oltre”?
Ne ha scritto Nazzareno Mollicone recentemente nel suo “L’aquila e la Fiamma”, precisamente nelle pagine che vanno da pag. 70 a pag. 80.  Scrive,  il caro Nazzareno, del ruolo strategico nella politica internazionale dell’analisi di Pino Rauti,  delle sue inchieste sul mensile “Noi Europa” pubblicate nel 1966 tramite l’agenzia stampa “Corrispondenza Europea”, ed in particolare si cita il Congo (territorio giudicato strategico per le sue ricchezze minerarie e manifestatamente non in grado di autogestirsi) denunciando in modo documentato le ingerenze sovietiche e quelle delle multinazionali americane di allora.  Ancora Mollicone,  richiama lo snodo epocale e la lucida analisi di Rauti contenuta ne “Le Idee che mossero il Mondo” a pag. 486/487 per metterne in risalto il ruolo civilizzatore dell’italia (e dell’Europa) fondamentale per capire la matrice di quella che poi si sarebbe profilata come la grave problematica dell’immigrazione di questi giorni.
“Il danno – scrive Mollicone a pag. 80 del suo lavoro – sarà poi per la stessa Africa, abbandonata ad un nuovo sfruttamento da parte di potenze extraeuropee quali gli Usa e la Cina; al sottosviluppo; alla discriminazione ed alle lotte tribali spinte fino al genocidio; all’integralismo religioso di tipo islamico ed anticristiano; alla fuga verso le coste europee, ed italiane in particolare, di profughi per motivi politici ed economici“.
Basandoci su quest’ordine di ragionamenti, sui quali “l’Associazione di Promozione Sociale Prospettive Future” sta strutturando una sua azione politica, vanno fatti i seminari per poter poi spaziare – in chiave metapolitica, ricongiungendo la nostra azione nel presente e sui fatti di esclusiva attualità indicando la “ricetta risolutiva al Governo ed al Ministro degli Interni Salvini”, del dramma che è sotto i nostri occhi.
Fino a continuare con la nostra battaglia per l’azzeramento del debito dei paesi poveri fra i quali – non appaia azzardato – inseriamo anche l’Italia per l’enorme debito pubblico per i processi di crisi posti in essere nell’ultimo decennio che ci stanno riducendo ad ex potenza mondiale.
Bisogna combattere lo spreco di denaro pubblico (ed in particolare quello che continuamente si riceve per potenziare l’industria bellica) già alla sua emissione. Qui entra in gioco l’alleanza diabolica fra la grande industria ed il sistema bancario internazionale.  E noi.  I paesi del quarto mondo, noi del terzo, potremmo dimostrare se vi fosse veramente un cambio di rotta nelle politiche mondialiste,  liberal capitaliste e turbo capitaliste che ricalcolando le cifre del debito e quelle pagate, utilizzando una unità di misura che non sia quella delle banche centrali o del Fondo Monetario Internazionale, che si otterrebbe già per molti dei paesi debitori, l’azzeramento di tutto l’ammontare dovuto.
Cosa è il debito dei paesi poveri dunque? Una colossale truffa!
Le catene del nuovo millennio che non si stringono più né al collo, né ai polsi, né alle caviglie dei popoli sfruttati, ma alle loro vite ed alle loro sorti in maniera invisibile ma non meno efficace.

Amministrative. I 10 Sindaci salentini hanno un nome e cognome.

Il centrodestra tradizionale Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega dove si presenta unito vince. Il Movimento 5 Stelle arranca, il centrosinistra continua a  perdere consensi. Affluenza in calo rispetto all’anno scorso, si è passati dal 66,97 al 60% con la provincia di Lecce in controtendenza. Nei dieci comuni salentini chiamati al voto, tutti sotto i quindicimila mila abitanti trionfano le civiche.
Alezio
Andrea Vito Barone ottiene il 38,55.  Paola De Mitri con il 35,18. Terza  Guido Sansò che ottiene 13, 18. Rocco Luchina con il 13,6.
Giurdignano
Monica Laura Gravante con il 74,39%. Giovanna Accoto racimola soltanto il 25,60 dei consensi.
Montesano Salentino
Giuseppe Maglie che ha ottenuto il 56, 45%  Maglie Massimo a cui ha dato il voto il 43,54
Salve
A Francesco Villanova Il 53,59% . Nicola De Lecce ha ottenuto il 46,40%
San Donato
Alessandro Quarta eletto con il 62,48% dei voti. A Cesare Taurino va il 37,51% delle preferenze.
Sannicola
Cosimo Piccione viene eletto sullo scranno di sindaco con il 63,60% al Paolo Farachi va il 36,39%
Santa Cesarea
Pasquale Bleve vince con il 65,82% dei voti. Maria Corvaglia ottiene il 34,17
Spongano
Luigi Rizzello con il 43,64% dei voti; Salvatore Donno riceve il 29,65%. Alfredo Marti il 26,70.
Squinzano
L’ex Sindaco Gianni Marra ottiene il 39,96% dei voti; il Sindaco uscente Mino Miccoli 38,29. Terza piazza per Michele Maggio con il 16,59; Sandro Morciano 4,68% e d Andrea Arnesani lo 0,45.
Vernole
Francesco Leo con il 50,02 Luca De Carlo che ottiene il 49,97%.

“Aiutiamo a casa loro”? Nelle nostre tesi veniva prima l’analisi del problema: “dramma loro, dramma nostro”. 

editoriale di Giovanni De Luca

“L’immigrazione è un dramma”. Lo è per noi e lo è per gli immigrati. Questo “sradicamento” di milioni di persone dalla loro terra, dalla loro famiglia, dalle loro culture e tradizioni, dai loro usi e costumi, non risolve i loro problemi ma aggrava terribilmente i nostri, scriveva Pino Rauti all’inizio del secolo.
Ed eccoci, quasi vent’anni dopo, a Vibo Valentia – tra Calimera, frazione di San Calogero e Rosarno – sulla prima linea del dramma. L’ultimo grave episodio dove ha perso  la vita  Soumaila Sacko, di 29 anni, impegnato oltre che nelle raccolte stagionali a basso costo (manovalanza del turbo -capitalismo) anche nella difesa degli altri braccianti (la guerra di sopravvivenza fra poveri).
C’è da chiedersi: in cosa era migliore la vita di questo nostro “fratello in Cristo” qui in Italia,  dal paese di provenienza?
Il Mali gli ha dato la vita, l’Italia gli ha inflitto la morte.
E c’è da interrogarsi ulteriormente: “ne è valsa la pena, lasciare la propria terra, la propria famiglia, rischiare la traversata in mare, per morire  in terra straniera? Non dovrebbe essere meno rischioso qui, terra di speranza  nell’immaginario collettivo più civile, beccarsi una pallottola in testa?
La differenza la faceva la speranza. Ecco perché dietro questo ennesimo dramma – da qualunque angolazione lo si guardi – c’è la sconfitta di tutti.
Anche noi dobbiamo farci carico, se pur spettatori incolpevoli, del “dramma” che andiamo denunciando da sempre. Immigrazione indotta effetto di quel liberal-capitalismo che ne è la causa. Politiche sbagliate che sanciscono il predominio dell’economia sui diritti, sulla dignità dell’essere umano, sul benessere individuale e collettivo. Economia, finanza internazionale, capitalismo liberale non hanno né anima, né sentimenti, bensì parametri.
La nostra rabbia si scaglia sia contro il progressismo e contro il populismo nella stessa identica maniera. Questa epoca fugace non esamina a fondo, colpisce ciò che appare. Nessuna diagnosi ed il male si riproduce come un cancro, probabilmente è molto meno ma è mal curato.
Se è squallido e lo è, il messaggio: “è finita la pacchia”, dall’altro è altrettanto squallido il messaggio: “Sacko Soumayla difendeva i lavoratori sfruttati nei campi. Sacko Soumayla aveva un altro colore della pelle».
Non è questione di colore di pelle – o non solo –  ma è di condizione dell’essere umano !
Sacko da solo, non poteva difendere nessun diritto, né il suo, né quello dei suoi compagni di disavventura, preda della manovalanza schiavista del nuovo millennio, fra le ipocrisie di una sinistra senza più nessun punto di riferimento e l’insensibilità di quello che dovrebbe essere la nostra visione del mondo.
Soprattutto quando celebriamo la “grotta” del Natale e la sua difesa, ma non ne interpretiamo né il senso della traversata di Maria e Giuseppe, né il messaggio d’amore di Gesù Cristo. Le nostre tesi non attecchiscono non perché non siano valide, ma perché la semina non è buona.
Si stanno alimentando solo nuovi odi razziali, la nostra terra culla di civiltà sta diventando sempre di più fucina e laboratorio di nuovi focolai d’odio insanabile, fra  “neri” e “bianchi”. L’italia sarà molto presto un immenso Bronx. Tutto questo è voluto anche per stroncare i valori cristiani ai quali prima mi richiamavo, mentre incalzano processi di inculturazione islamica dove non esiste né la pietà, né la solidarietà, né la carità. Siamo per usare una metafora straordinaria: “fra l’incudine ed il martello”.
Ecco perché la sintesi “aiutiamoli a casa loro” da sola non serve, se alle spalle non c’è tutto un retroterra culturale, un impianto progettuale, un’analisi del problema, un ragionamento politico di vasta portata, un progetto sociale che ha una precisa visione del  mondo e delle cose, che affonda nelle radici cristiane – ma a condizione di farlo davvero- senza slogan e senza retorica. Come missione di vita.
Aiutaimoli a casa loro” non basta se alle spalle c’è solo il tentativo di respingere un dramma sociale ed umanitario, se le condizioni degli immigrati in Africa continuano ad essere quelle che sono sotto gli occhi di tutti. Degrado, sporcizia, senso della precarietà, atmosfera pesante, odore di carne putrida nel macello a cielo aperto delle guerre civili.
Non basta “aiutiamoli a casa loro” quando si impone con forza l’analisi “rautiana”: “dramma loro, dramma nostro”. 
Dramma loro, dramma nostro”,  perché quello che vediamo è solo una parte dei fattori moltiplicatori del problema. La punta dell’Iceberg di quello che sarà il mondo globalizzato e senza confini. E non scriviamo di quelli ideologici, ma di quelli necessari – evidenziali- per difendere le culture, le tradizioni, gli usi e costumi che sono alla base del vivere civile, i confini territoriali.  Analisi sulla quale i governi susseguitisi in Italia ed in Europa, non riflettono e si limitano a convegni ipocriti, alimentando la solita retorica dell’accoglienza selvaggia che ingrassa le associazioni e le nuove vene del capitale.

Bisogna bloccare e contenere i flussi migratori altrimenti ”rischiamo di essere sommersi” dal numero degli immigrati in continuo aumento ”senza poter risolvere adeguatamente i loro problemi. Si tratta di una bomba sociale ad alto potenziale che ci costruiamo per l’avvenire se non invertiamo questa tendenza” – affermava Pino Rauti nel 2001 – ed ora eccoci
“Occorre aiutare i paesi dove e’ piu’ forte il flusso migratorio, ma l’intervento va fatto in loco” secondo noi – scriveva ancora Rauti – vuol  dire impegnarci nel  concreto lì sul fronte delle esigenze umanitarie e delle politiche di sviluppo. 
”Bisognava aiutare gli immigrati sul posto. Non abbiamo la possibilita’ di accoglierli e di risolvere adeguatamente i loro problemi. Nei loro paesi di origine e solo rispettando la loro specificita’, storia e cultura, si salva il terzo mondo e non certo qui o in altro modo. Una volta –ricordava Rauti- milioni di italiani sono emigrati, ma andavano in terre vuote, come l’Argentina, gli Usa, il Canada. Sicuramente gli emigrati possono dare dei contributi, ma purche’ si tratti di emigrazione qualificata. Diversa e’ invece l’emigrazione di poveracci che vengono in Italia, vivono in condizioni disumane, e vanno inevitabilmente a ingrossare le fila della criminalita’ per fame e disperazione. E non mi preoccupa soltanto la situazione attuale, ma la prospettiva futura, perche’ l’immigrazione coinvolge sempre di piu’ i giovani”.
Oggi, spiace dirlo, la sinistra ha fallito al pari della destra ufficiale, quella della Bossi-Fini. Sulla stessa via si sta incanalando anche la sorte di Salvini. E’ la stessa polveriera di un tempo, nulla sostanzialmente è cambiato con le tragiche conseguenze che siamo costretti a registrare. Chi ha sparato al giovane ragazzo che si era avventurato in qualcosa che non era suo per spirito di sopravvivenza, è a sua volta un’altra vittima di un disegno pericolosissimo: gettare nel caos la società già surriscaldata. Il momento è delicato. Lo avvertiamo in tutta la sua drammatica carica esplosiva. Non ci sentiamo di incalzare il Ministro degli Interni, come fa la sinistra che ha perso sul piano dell’attuazione delle sue politiche ed ora crede che alzando i toni dello scontro  avrà come effetto voluto, violenza che genera  violenza e ingovernabilità. Ecco perché nei giorni scorsi abbiamo redarguito il Ministro degli Interni sulle frasi da capo popolo della Lega. Nella guerra delle parole da  lui proferite sulla Libia e l’infelice sortita de “la pacchia è finita” con abili guerriglieri della parola (coloro i quali fomentano poi i guerriglieri urbani)  l’unico che ha qualcosa da perdere è l’Istituzione. Ancor più del Salvini politico,  se non altro perché non ci sono più voti da conquistare per raggiungere l’obiettivo.
Piaccia o non piaccia, caro Salvini,  è l’inizio di un secondo tempo. Alla propaganda politica populista, si dovrà  alternare l’azione. Bisognerà riempire di contenuti l’azione di Governo.
Alle organizzazioni disumane dell’accoglienza incondizionata, agli imprenditori del disagio e agli speculatori del sistema, bisogna imporre un progetto per cancellare dall’Europa l’idea che l’Italia possa continuare ad essere trattata come il più grande campo profughi del “vecchio continente”.
Si ha bisogno di una Terza Via, di un progetto che noi di “Prospettive Future” in Fratelli d’Italia abbiamo malgrado qualcuno ritenga di poterne fare a meno. Grave errore di prospettiva, la loro, che non possono vantare alle spalle, né retroterra culturale, né storia, né esperienza.
Ed a parer nostro, nemmeno le idee chiare di quello che si dovrà affrontare.
 

Giovanni De luca: buon lavoro al nuovo governo. Che non convince.

Auguro buon lavoro al Primo Ministro ed al Suo Governo.
Secondo il parere di “Prospettive Future” non sarà facile coniugare i programmi della Lega e del M5S.
“Prospettive Future” è l’area politica di Fratelli d’italia più dura ed esigente, lo siamo con noi stessi, non possiamo non esserlo con chi ha in mano anche il nostro destino. Il destino d’Italia.
Daremo il  tempo di lavorare al Governo ed impegneremo il partito, Fratelli d’Italia,  in una battaglia di contenuti-. Dalla periferia la nostra voce si sentirà anche a Roma. Incalzeremo quotidianamente i Ministri ed i loro ministeri. Poi  giudicheremo il lavoro del Governo.
I nostri  interlocutori saranno le rappresentanze Istituzionali, non vogliamo e non cercheremo sponde politiche né nel Movimento 5 Stelle, né nella Lega Nord.
Il Presidente di Prospettive Future
Giovanni De Luca
Dirigente Nazionale di Fratelli d’Italia