Politica

Una imprenditrice novolese scrive al Ministro Di Maio

 

Caro Ministro,

Sono un imprenditore pugliese, ho ascoltato le sue parole circa le imprese che sono furbe e che prendono dallo Stato per portare all’estero gli investimenti.
Io non conosco un solo imprenditore della mia specie ( cioè una/uno che si alza al mattino e che risponde con la propria faccia a lavoratori, banche, fornitori e Stato) che abbia l’intenzione di fare impresa da esule, lontano dai suoi affetti e dalla sua gente.
Forse ha dimenticato chi tra di noi non ce la fa, chi si ammazza per la vergogna e la disperazione.
Pensavo che non avrebbe riproposto il cavallo di battaglia dei suoi predecessori del “ padrone della fabbrica avido ed insensibile”!
Pensavo che almeno voi avreste dato voce alle migliaia di piccoli imprenditori che ogni giorno lottano accanto e non contro i loro lavoratori. Pensavo e speravo che avreste dato voce a quelle persone che ricevono i pignoramenti scriteriati dell’Agenzia delle entrate, portandoli nella disperazione e nel panico. Mi aspettavo che avreste aiutato tutti quelli che sono alla mercé di consulenti saccenti ed ignoranti, quelli che pur avendo decine di dipendenti non hanno i soldi per andare a fare la spesa.
Mi creda caro Ministro: l’immagine dell’imprenditorotto brianzolo ignorante, con il Ferrari e il Rolex d’oro è in estinzione. Oggi se dovesse visitare davvero le pochissime fabbriche reduci dalla crisi, che ha falcidiato peggio di una epidemia, vedrebbe visi stanchi, spesso disperati. Vedrebbe persone che lavorano venti ore al giorno e che sperano solo di non ammalarsi perché non avrebbero alcuna copertura sociale.
Oggi gli imprenditori sono quelli che si considerano responsabili di tutti i mali sociali, i media li fanno passare per criminali, le notizie delle morti sul lavoro si annunciano come omicidi. Sa quanti dei datori di lavoro muoiono insieme ai lavoratori? Perché non considera i tumori, gli infarti, i suicidi come conseguenza dell’estremo carico psicologico di chi è in prima linea?
Perché non da voce a chi cerca di non mollare perché altrimenti non avrebbe Cassa Integrazione, Indennità o integrazione sociale?
L’Italia che fa impresa non è l’Ilva e ne’ Benetton!
È Mario, Gianni, Antonio, Concetta e altri ( una moltitudine ) di cittadini che hanno da gestire micro, piccole e medie imprese CONTRO TUTTO!
Questa gente non ha alcun sostegno se non quello che si conquista con sacrifici disumani.
Queste persone sanno che avranno sempre torto, si proteggono semplicemente sperando che non tocchi a loro: una verifica, un incidente, un mancato incasso.
Gli imprenditori in Italia non sono quelli che fanno i furbi cari Ministro ma quello che sopravvivono come prede in una giungla sempre più affollata da fiere senza scrupoli.
Dia voce a queste persone; seppure non le troverà molto disponibili. Sa’ com’è: loro lavorano sempre!
Ma se potesse aiutarli davvero darebbe un impulso immenso alla sua Nazione, alla nostra Patria.
Si stanno perdendo le arti e i mestieri, si stanno abbandonando le competenze che sviluppano ricchezza vera per garantire diritti senza garantire chi i diritti li può creare.
Ossia non capisco come si può far valere il diritto al lavoro quando si opprime chi il lavoro ha deciso di crearlo! È un non senso!
Sono figlia di nonna e mamma poverissime, rispetto i diritti dei lavoratori e il loro sacrosanto salario. Ma si è superato il giro di boa: oggi chi doveva essere tutelato lo è troppo. Da noi ci sono lavoratori che di tale appellativo non hanno nulla: passano da una vertenza ad un altra lavorando qualche giorno e vivendo benissimo di risarcimenti.
Lei deve sapere che il lavoratore mediamente diligente è una risorsa per l’impresa, nessun imprenditore vorrebbe perderlo!
Infatti si finisce con il proteggere i fannulloni e i faccendieri.
Non parliamo dei Sindacati che sono solo il ricettacolo del parassitismo!
Mi scusi se mi sono permessa ma tempo fa è morto di tumore in ristrettezze economiche Salvatore, un mio amico. Anche lui era un piccolo imprenditore, aveva un bel Capannone nella Zona Industriale, dava lavoro a circa venti persone e faceva degli infissi che erano capolavori.
Lo incontrai per caso in un pomeriggio afoso di inizio luglio, mi disse che per qualche insoluto la Banca gli aveva chiesto il rientro.
Lui aveva gli occhi come il mare e sorrideva sempre, quel pomeriggio oltre il sorriso mostro’ le lacrime. Cercai di dargli coraggio. Mi disse: “ non ce la faccio più! Questo cancro che ho ai polmoni mi libererà presto da questa angoscia!”
Salvatore amava profondamente sua moglie e i sui figli e considerava il cancro come una soluzione! Anche lui era un imprenditore caro Luigi. Non se lo dimentichi!

Alba Metrangolo

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