Editoriali

Lotta dura senza paura. Beppe Alfano 25 anni dopo

Beppe Alfano è stato appassionato di giornalismo locale. Divenne il “motore giornalistico” di due televisioni della zona di Barcellona Pozzo di Gotto, Canale 10 e poi Telenews questa ultima di proprietà di Antonio Mazza, anch’egli ucciso dalla mafia. La notte dell’8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili calibro 22 mentre era fermo alla guida della sua Renault 9 amaranto in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto.

25 anni dopo, la storia sta rendendo giustizia a quest’uomo poiché negli anni successivi a quell’ omicidio,  di lui non si doveva e poteva parlare.
Un  morto scomodo, da dimenticare per due motivi: perché stava indagando su argomenti gravi: mafia, appalti, corruzione, malaffare, politica, massoneria. Perché era missino, “fascista”, come si apostrofavano allora tutti quelli che non fossero omologati al pensiero unico della sinistra.
Aveva incanalato la sua voglia di scoprire la verità, di essere controcorrente, di seguire percorsi alternativi, di essere insomma una “pecora nera”, dapprima con la sua militanza in Ordine Nuovo, movimento fondato da Pino Rauti che raccoglieva parte delle intelligenze culturali della destra  politica,  al quale peraltro appartenevano molti giovani della provincia di Messina, e poi con la sua militanza nel Movimento Sociale Italiano, alla cui Federazione provinciale al fianco di uomini come  Totò Ragno, Mimmo Nania, Peppino Buzzanca, Umberto Pirilli, calabrese ma che fu consigliere comunale anche a Messina, e molti altri.

Politica e giornalismo, due strade in salita

Beppe Alfano era inserito a pieno titolo nella comunità missina di Barcellona e del Messinese, ma la sua grande passione, oltre alla politica, era il giornalismo, nel quale coniugava la lotta al malaffare e alle cosche tipiche dell’opposizione della fiamma tricolore.
Così, iniziò a collaborare con emittenti locali, come Radio Tele Mediterranea, che contribuì a fondare, e con il quotidiano La Sicilia di Catania, oltre che con altre testate minori. Era sempre a caccia della notizia, certo molte volte dette fastidio ai poteri forti, fino a che, quella sera dell’8 gennaio di 22 anni fa, fu chiamato da qualcuno che gli voleva parlare. Scese da casa, prese la sua automobile, e andò a questo appuntamento con un interlocutore misterioso nella vicina via Marconi, al centro di Barcellona. Lo ritrovarono esanime in automobile, una Renault 9, con i fari accesi e il motore imballato, perché non aveva potuto togliere il piede dall’acceleratore. Fu ucciso da tre proiettili di una calibro 22, e nessuno aveva visto né sentito nulla. La politica e il giornalismo, come le intendeva lui, erano strade difficili, e la sua indisponibilità a cedere a qualsiasi compromesso ne hanno decretato la fine.
La sua famiglia, in particolare la figlia Sonia, né la sua comunità militante lo hanno mai dimenticato.
Solo in questi anni stanno giungendo, tardivamente, i riconoscimenti da parte anche di quelle istituzioni e partiti che allora lo lasciarono solo, non fu mai iscritto, in vita, all’albo dei giornalisti per una sua posizione di protesta contro l’esistenza stessa dell’albo medesimo. Gli venne concessa l’iscrizione alla memoria, postumamente.
Il messaggio che Beppe Alfano lascia, al di là della dimostrazione pratica di un impegno militante quotidiano sulla prima linea ideale, a distanza di 25 anni dal suo barbaro  assassinio, consiste nella dimostrazione che si possono pure colpire gli uomini, ma non le idee, le quali nell’avanzare inarrestabile, marciano sulle gambe di altri uomini e per noi, sulla via dell’esempio.

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